Il Censore
Antonio Gramsci. Motto di “Ordine Nuovo” 1919
Accade troppo spesso che il volere fare, la fretta, il desiderio di mettersi in luce e decine di altre motivazioni che sono generalmente dettate da un’alta nobiltà d’animo, perché di questo stiamo parlando, porti a risultati scarsi, deludenti e persino nocivi se l’ organizzazione cui si appartiene ha dietro di se grandi tradizioni di storia, politica e cultura tali da non potere essere messe in discussione da azioni avventate, lavori incompleti, idee espresse con pressapochismo, scarso o nessun controllo delle fonti, ignoranza dei fatti che, riportati de relato vengono esposti con giudizi inconsistenti, sbagliati ed addirittura di facile bersaglio per l’avversario che sa e legge con acutezza e senso critico.
Può accadere, ed è accaduto.Per cui ci troviamo ora di fronte ad un lavoro che non sarebbe dovuto essere mai pubblicato, almeno senza un capillare controllo, prima che cioè fosse divenuto completo in tutti i suoi aspetti tecnico formali. I riferimenti ad altre sezioni, quelli che vengono comunemente chiamati link,sarebbero dovuti essere tutti attivi; aprendo le pagine e proprio quelle che il lettore si aspetta invece, si cade nel buio dell’inesistente: una beffarda scritta “qui c’ è niente”.
E trattasi solo dell’aspetto formale.
La preoccupazione sale e ti attanaglia quando leggi il contenuto delle varie sezioni od argomenti.
Passi per l’autocelebrazione, la frasetta dell’amico compiacente, la nugaella della fidanzatina orgogliosa. Sono essi elementi del quadro, il folclore stesso di un opera ingenua e giovanile. Altri sono i motivi e gli argomenti che ci hanno fatto rizzare i capelli sulla testa.
Essi sono gli svarioni storici (in cui si afferma un fatto accaduto veramente, ma in altro luogo e con modalità del tutto diverse -e se ciò riguarda la figura di Antonio Gramsci ogni unghia, scheggia o briciolo di segatura doveva essere controllato, verificato e se di dubbia interpretazione discusso-; altra strada non esiste.
Del pari si deve fare un uso corretto di sintassi, grammatica e conseguenza dei tempi, uso di lemmi e stilemi adatti al contesto.
Il pensiero crea il concetto e la parola che meglio lo esprime, ma tutto deve essere ingioiellato nella frase che lo conchiude e lo consegna al lettore, al discepolo, al critico. Nemmeno il giovane più frettoloso, quello che senza passare dal proto scivola in stamperia, può confondere due concetti tanto distanti quanto quello del revisionismo storico con un altro tremendo che è il negazionismo riferito al fatto che si “nega” che la Shoà sia veramente accaduta.
Questa è responsabilità grande quando la si offre al lettore e implica -quando non se ne ha perfetta contezza e lungo studio- il beneplacito di tutta la struttura: dal Presidente sino all’ultimo associato .
Non appare di minore danno il sostenere che dopo avere inforcato il fucile “si sali’ in montagna per combattere le ingiustizie fasciste, naziste e repubblichine”.
Non per questo in montagna si salì -e Giorgio Bocca ne ha dato una recentissima testimonianza : “Dissi ai miei : se vi prendono come ostaggi non mi consegnerò per salvarvi” .
Si salì in montagna , ci si dette alla macchia per combattere e morire pur di liberare la Patria dal giogo nazifascista, per combatte per i morti torturati negli anni a Via Tasso, gli ebrei caricati alla Stazione di san Lorenzo in vagoni piombati destinati ai lager di sterminio dopo le leggi del 1938.
In montagna si salì per fare la guerra asimmetrica, come si dice oggi in termine moderno, per distruggere in cento un avversario che era più di mille ed ogni volta con due consapevolezze: non tornare o perché uccisi in combattimento oppure perché chiusi in una cantina a prendere botte sino alla morte.
Questo fu la guerra partigiana.
Guerra di Liberazione; anche se rifarsi di qualche ingiustizia serviva a rendere il quadro completo.
Una questione di metodo e di rispetto formale della organizzazione mi fa censurare, stroncandola, la creazione di sezioni prima che segreteria e comitato provinciale ne abbiano dato (e la immagino entusiasta) formale autorizzazione, ma anche qui la forma è sostanza perchè -se non rispettata- del caos.
L’organizzazione questo non lo permette. I giovani, linfa e serbatoio, della nostra rinascita non possono e non debbono violando e tradendo la norma contenuta nell’ultimo rigo dell’articolo 8 dello statuto che qui voglio e devo riportare: ” Anche per la FGCI valgono le norme del presente statuto” agire come corpo separato nel Partito. La Norma era già presente nel regolamento congressuale per il semplice fatto che non sono stati pochi coloro che hanno concepito La carta costitutiva della FGCI come una sorta di apertura ad un corpo parallelo e talvolta separato dalla Federazione e Regione. Rileggiamolo con grande umiltà, non attacchiamo, scrivendo menzogne o mezze verità, gli organismi federali eletti ed i dirigenti in nome di uno schieramento che non sarà comunque permesso, anzi stroncato sul nascere perché pericoloso acciarino di rivalità interne. Il Partito deve essere e sarà unito, anche a costo di dolorose potature di giovani polloni. Auguri
Istruitevi perchè avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza
Giugno 6, 2007 di arouetvoltaire
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